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Nelle
nostre zone, come nel resto della Calabria, all'inizio di ogni anno, secondo
una antica tradizione che assumeva le caratteristiche di un rito, quasi
tutte le famiglie procedevano alla macellazione dei maiali gelosamente
allevati durante l'anno precedente. Questa usanza, molto diffusa, permetteva
anche ai meno abbienti di avere scorte di carni sufficienti per tutto
l’anno. All'inizio dell'anno, infatti, i nostri nonni erano soliti recarsi
nei mercati di animali che si tenevano in alcuni paesi vicini, come Gioiosa
Jonica, dove l'ultima domenica di gennaio, in onore del Patrono S. Rocco
(ricordato il 27 gennaio), si celebrava una festa religiosa accompagnata da
un grosso mercato di animali (maiali in particolare), che le procurava
l’appellativo di festa "i Santu Roccu di porceji”. Le famiglie che avevano
sufficiente capacità economica compravano l’animale, mentre altre, per
poterselo assicurare, barattavano parte del raccolto. L’animale veniva
portato a casa e sistemato nella “zzimba”, una piccola stalla dove
solitamente il maiale veniva allevato per circa un anno. Poiché l’attività
principale di ogni famiglia era l’agricoltura, l’animale veniva nutrito, in
pratica, senza costi, con frutti come castagne e ghiande (che abbondano
nelle nostre montagne), ma anche con tutti i resti dell'alimentazione
familiare, forniti a mo' di biada insieme agli scarti dei cereali prodotti
nel proprio orto, secondo una dieta che consentiva al maiale di ottenere un
sano ingrasso. Con l'arrivo del freddo invernale, al principio del nuovo
anno, il maiale, che aveva ormai raggiunto un certo peso, veniva macellato.
Questa, per la famiglia, era un’occasione per trascorrere tre intere
giornate in compagnia di parenti ed amici che, appositamente riuniti, fin
dalle prime ore dell’alba, nel giorno fissato per la macellazione,
lavoravano incessantemente per conservare la carne dell’animale con i metodi
allora conosciuti. Per poter meglio utilizzare le budella, destinate ad
insaccare la carne, l’animale veniva lasciato a digiuno nelle 24 ore
precedenti la sua macellazione, mentre veniva sistemato tutto quanto serviva
per la lavorazione. All’alba del fatidico giorno, dopo aver acceso il fuoco
per far bollire l’acqua in un recipiente di rame denominato "stagnatu", il
maiale usciva per l’ultima volta dalla sua “zzimba”, veniva portato in uno
spiazzo e legato; a quel punto, la persona più esperta tra i presenti, con
un coltello affilatissimo, sferrava un colpo secco alla carotide
dell’animale, che moriva per rapido dissanguamento. Il sangue che
fuoriusciva veniva subito raccolto in un recipiente, rimestato da mani
esperte che non lo facevano raggrumare, per venire, poi, trasformato in
deliziosa crema, dolce e poco aspra, il sanguinaccio, consumato da solo o
utilizzato per preparare una gustosa pizza. Il sangue rimasto, coagulato e
tagliato a pezzetti, veniva fritto in abbondante olio di oliva ed andava a
costituire il “morzeju”, che era lo spuntino di metà mattina del primo
giorno di lavorazione dell’animale. Una volta macellato, l’animale veniva
legato per le zampe posteriori, sollevato ed appeso al “gambeju”, un robusto
attrezzo di legno e ferro, per essere diviso longitudinalmente in due metà
identiche, dette “menzini”. Intanto, l’acqua portata ad ebollizione nello
“stagnatu" veniva costantemente usata per bagnare il corpo del maiale
durante la depilazione della sua pelle, eseguita con coltelli ben affilati,
mentre le interiora venivano sistemate in una “ferrazza” (un cesto
rettangolare largo e basso), per poi essere separate dalle budella che, ben
lavorate, servivano per riempire “sazzizza", "supprezzati" e "capicoja”.
Mentre gli uomini sistemavano le due “menzini” su un grande tavolo per poter
disossare la carne e sezionare le parti da trasformare per la conservazione,
le donne svuotavano le budella; questa operazione era molto delicata e
solitamente era destinata alle donne più anziane. Le budella, separate dalle
altre interiora, venivano lavate in abbondante acqua corrente e messe in
salamoia, con sale e limone. Sul tavolo, intanto, prendevano forma le varie
pezzature, come capicollo, prosciutto e pancetta. Le ossa, con i residui di
carne disossata, venivano messe da parte per la “caddara” (un'enorme
pentola), mentre il resto della carne veniva tagliato a piccoli pezzetti e
sistemato nella “majija” (un recipiente di legno utilizzato anche per
impastare il pane), dove la più magra veniva selezionata per riempire le
“supprezzati” e la rimanente veniva destinata a riempire le “sazzizza”. Una
volta ultimata la spezzettatura, la carne era posta sul tavolo, dove
venivano aggiunti i conservanti naturali: sale, peperoncino, semi di
finocchio e vino. Ad eccezione del sale, gli aromi e gli ingredienti
necessari per la lavorazione e la conservazione del maiale erano prodotti
durante l’anno dalla famiglia. Il pepe rosso macinato, in particolare,
veniva preparato dopo aver seguito un procedimento che aveva inizio a marzo,
quando si piantavano in un vaso i semi dai quali, nel successivo mese di
giugno, nasceva una piantina che, trapiantata nell’orto, in agosto produceva
i peperoncini; una volta raccolti, i frutti, venivano appesi al muro e
lasciati essiccare sotto il cocente sole estivo, per essere, sul finire
della stagione, lavati, infornati, macinati e conservati in un barattolo per
la lavorazione del salame. Durante il mese di settembre, le donne si
dedicavano alla raccolta del finocchio, che veniva anch’esso essiccato,
infornato e, successivamente, frantumato con le mani, pure questo utilizzato
per lo stesso scopo. Un altro elemento protagonista della lavorazione era il
vino, prodotto artigianalmente dalla famiglia, ancora nel mese di settembre.
Il secondo giorno di lavorazione era dedicato alla ”caddara”. Al centro di
uno spazio abbastanza ampio e chiuso veniva posta una grande pentola, la "caddara”,
dove le interiora e le parti grasse, che non potevano essere lavorate
diversamente, venivano lasciate bollire da sei ad otto ore, in modo da poter
essere conservate per tutto l’anno. Parti come orecchie, piedi, testa,
precedentemente ben lavate e depilate, erano quindi sistemate, con sapiente
esperienza, nella “caddara”, assieme ai grassi ed alla cotenna del maiale.
Fuori, intanto, ardeva la legna destinata a produrre la brace che,
trasportata all'interno del locale e sistemata sotto al pentolone, garantiva
alla cottura una temperatura costantemente elevata che consentiva ai grassi
di sciogliersi, permettendo la lenta cottura delle parti contenute. Ogni
tanto, per evitare che la carne attecchisse alle pareti della “caddara”, si
mescolava il suo contenuto con un grosso cucchiaio di legno. A cottura
terminata, le parti cotte, grasse e magre, "frìttuli", “gambuni”, con
orecchie, piedi, eccetera, venivano conservate in recipienti di terracotta a
forma cilindrica, con l’aggiunta del grasso sciolto durante la cottura che,
una volta raffreddato, solidificava, diventando un buon conservante, detto
“sajimi ”, anch'esso utilizzato come saporito condimento per verdure e
cereali, che così diventavano piatti unici, molto nutrienti ed equilibrati.
Un altro grasso prodotto ricavato da questo procedimento erano le “salimori”,
dei pezzetti di carne staccatisi dall’osso durante la cottura, raccolte dal
fondo del recipiente e scolate con i loro residui di grasso; una volta
raffreddate, le "salimori" venivano usate come ottimo condimento del pane o
come contorno per le uova fritte. |
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