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Le
nostre nonne raccontano che, da ragazze, non avevano possibilità alcuna di
parlare con i giovani del loro paese. Per le donne, infatti, vigevano molte
preclusioni, che le obbligavano a subire ed accettare passivamente le scelte
dei genitori. Difficile era il confronto con il padre ed utopico era
sindacare le sue decisioni. Soltanto pochissime fanciulle potevano
frequentare la scuola, per quel sentimento di gelosia che era fortemente
consolidato nell’animo di ogni padre, il quale preferiva sapere la propria
figlia a casa, impegnata nelle faccende domestiche. Radicata era la
concezione secondo cui la donna dovesse rimanere illibata fino al giorno del
matrimonio, nel rispetto dei principi morali e religiosi. Si racconta che
l’unica occasione di incontrarsi, per i giovani, arrivava la domenica,
quando si andava tutti in chiesa per la Santa Messa; lì ci si scambiava
sguardi ed occhiate fugaci, anche se non era possibile avvicinarsi; solo
tramite persone di fiducia, infatti, il ragazzo poteva far conoscere alla
preferita il suo interesse. Era quella la circostanza in cui si poteva
comunicare alla ragazza quel “sentire” che non poteva essere detto o messo
in evidenza con le parole, ma soltanto con lo sguardo ed i gesti. Solo in un
secondo momento, poi, il ragazzo si poteva presentare, in compagnia dei suoi
genitori, a casa dei genitori della ragazza, per chiedere la mano e
ricevere, quindi, il consenso al fidanzamento. I fidanzamenti duravano
all’incirca un anno e, visto che gli incontri tra i due giovani avvenivano
sempre alla presenza di un familiare, si arrivava al matrimonio senza avere
avuto la possibilità di conoscersi veramente. I genitori della fidanzata,
prima delle nozze, dovevano puntualizzare i beni che costituivano la sua
dote ai genitori del promesso sposo e, qualche giorno prima del matrimonio,
il fidanzato portava in dono alla promessa sposa, in segno del suo amore,
una parure costituita da una collana abbinata ad orecchini e bracciale. Il
vestito della sposa veniva accuratamente confezionato da una sarta (“a
majistra”), con le stoffe che, a seconda delle possibilità economiche della
famiglia, potevano essere più o meno pregiate. Parenti ed amici venivano
invitati, a voce, per condividere il lieto evento, che consisteva in una
sobria cerimonia celebrata durante la prima messa del mattino. Dopo il rito,
i conviviali si recavano a casa della sposa per festeggiare l’avvenuto
matrimonio e prendere parte al banchetto nuziale, che veniva bandito con
prodotti tipici, quali carne di capra, formaggi vari e vino di propria
produzione. Qualche volta, nelle famiglie più agiate, questi momenti
venivano allietati dalle note melodiche di un grammofono o da qualche
parente che, sapendo suonare l’organetto, faceva ballare gli invitati al
ritmo di una tarantella, aprendo scenari ricchi di giovialità. Una poco
gradevole usanza di quei tempi prevedeva che, al mattino successivo, il
balcone dei novelli sposi esibisse le lenzuola di primo letto, che dovevano
fornire la prova manifesta della verginità della sposa! In una società
contadina e maschilista, i figli maschi, che fornivano braccia preziose per
il lavoro dei campi e, quindi, per il sostentamento della famiglia, erano i
prediletti. Era particolarmente sentita, inoltre, l'usanza di perpetuare, di
generazione in generazione, i nomi di famiglia, attribuendo al primogenito
il nome di battesimo del nonno paterno. |
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