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L'impasto
per il pane, composto di farina, acqua, lievito e sale, veniva accuratamente
preparato nella “majija”, affidato alla sapiente arte manuale delle donne,
che permetteva di produrre grandezze e forme diverse. La lievitazione si
otteneva, con i pani già preparati, mantenendo una temperatura costante di
circa 30°, che consentiva ai lieviti aggiunti la fermentazione. Il lievito
veniva “rinnovato” di volta in volta, immergendo delle briciole di pane
nell’acqua, fino a farla diventare acida ed utilizzabile per un nuovo
impasto. Nel frattempo, con fascine di erica secca, si accendeva il forno
destinato alla cottura, che doveva essere condotta a temperature comprese
tra i 220° ed i 270°. Come già detto, il pane prendeva varie forme, frutto
della fantasia delle nostre nonne, che infornavano solo dopo aver segnato i
loro prodotti con una croce, in segno di benedizione. In seguito alla
cottura, il pane veniva fatto raffreddare in locali asciutti, nei quali il
peso diminuiva per evaporazione. A volte si usava farcire il pane con
ingredienti che lo rendevano più saporito e nutriente. Tipico era quello
“chi salimori", spaccato ancora caldo e riempito con un sostanzioso prodotto
della lavorazione delle carni suine. |
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