Da
tempi immemorabili, anche Grotteria conserva e custodisce le antiche tradizioni
religiose legate alla Santa Pasqua. Già dal IV Secolo, la Quaresima, il periodo
penitenziale dei 40 giorni compresi tra il Mercoledì delle Ceneri e la Domenica
delle Palme, era a Grotteria rappresentato con una piccola bambola di stoffa in
abito nero che reggeva in mano una rocca di lana o di lino su cui, in una palla
di pezza o su una arancia, venivano infilzate sei piume di gallina; ogni
settimana, a scandire il tempo della preghiera e della riflessione, se ne
toglieva una, estraendo l’ultima il giorno prima del Giovedì Santo, che segna la
fine della Quaresima. Questo originale calendario, che prendeva proprio il nome
di “Corajìsima”, veniva appesa sui balconi delle case. Nei venerdì di Quaresima,
ancora oggi il prete officia la Santa Messa nel Santuario del SS Crocefisso, che
rimane tradizionale meta di molti fedeli i quali, sia dalle frazioni vicine, che
dai paesi limitrofi, vengono ad assistervi, intrattenendosi all’uscita in un
piccolo mercato che, da secoli, offre le prime piantine da orto, legumi e
cereali freschi e secchi, lavori artigianali e dolci tipici. Nella Domenica
delle Palme, anche a Grotteria, da sempre, è tradizione vigente la benedizione
dei tralci di palma e dei ramoscelli d’ulivo. Molto particolare, però, è la
lavorazione artigianale della palma, che viene abilmente intrecciata in forme
(come croci, asinelli, cestini e grappoli) che ricordano episodi della vita di
Gesù legati alla Settimana Santa e tipiche iconografie cristiane, destinate ad
essere appese, insieme ai ramoscelli d’ulivo, nelle case dei fedeli, a simbolo
di pace. La loro benedizione oggi si celebra, dopo una breve processione, nello
spiazzo a lato del Santuario del SS Crocefisso (sul quale un tempo sorgeva la
vecchia chiesa conventuale), nei cui pressi sorgono le croci del Calvario. Di un
certo pregio è la fattura della croce centrale, realizzata in ferro da un
artigiano locale, con particolari che richiamano alla memoria la Passione del
Cristo. Durante la Settimana Santa, si mantiene ancora l’usanza di far benedire
le case dei fedeli dal prete, al quale ancora oggi vengono spesso donate delle
uova, come antico simbolo dell'origine della vita, da sempre associato, secondo
la cultura cristiana, alla primavera ed alla rinascita. Il Giovedì Santo segnava
l’inizio del rituale che conduceva alla morte ed alla resurrezione di Gesù
Cristo; a mezzogiorno, nella chiesa Matrice, si celebrava la “Chiamata della
Madonna”, durante la quale la statua del Crocefisso veniva consegnata alla
madre. Nei mesi precedenti, le donne seminavano ceci, lupini, granturco e grano,
in vasi o in contenitori, facendoli germogliare al riparo dalla luce; durante la
giornata, in tutte le chiese del paese si curava l’allestimento dei Sepolcri,
che venivano addobbati con le particolari fioriture, in una vera e propria gara
scenografica tra le diverse chiese; dopo il vespro, terminata la celebrazione
del rituale dell’Ultima Cena (che era definito “Missa a storta”, perché veniva
annunciata dal suono della campana e terminava con il tocco), tutte le croci
presenti all’interno delle chiese venivano coperte, in segno di lutto, con un
telo di colore scuro, dando inizio alla visitazione dei Sepolcri, che si
protraeva per l’intera notte e per la mattina del Venerdì Santo. L’usanza di
allestire i “Sumburchi”¹ si mantiene molto viva e sentita ancora oggi,
perpetuando le artistiche decorazioni di un tempo, tuttora ben visibili
soprattutto presso la chiesa di S. Nicola de’ Francò. Durante il Venerdì Santo,
molte erano le fedeli che indossavano il nero abito della Madonna Addolorata,
così partecipando al mesto rito serale della Via Crucis, che percorreva in
processione le principali strade del paese accompagnando la Santa Croce e la
Madonna Addolorata alla fioca luce di rudimentali fiaccole composte da piante a
stelo lungo intrise nell’olio, dette “varavaschi”. Fino a qualche decennio fa,
la Via Crucis veniva caratterizzata da manifestazioni di fede anche cruente; la
grossa e pesante croce in legno, solo dopo l’aggiudicazione di un’asta che a
volte lasciava strascichi anche violenti tra i contendenti, veniva trascinata a
spalla dal vincitore, con dolorosissime conseguenze, per tutta la durata del
tragitto, mentre altri fedeli si infliggevano sferzate a sangue con dei flagelli
detti “acciprini”. La mattina del Sabato Santo, il Cristo Morto nel Sepolcro,
portato a spalla dalle donne, percorreva una nuova processione insieme alla
Madonna Addolorata. La sera del Sabato Santo, dopo una lunga cerimonia piena di
significati simbolici, come la benedizione dell’acqua e del fuoco e la rinuncia
al male, dal buio delle tenebre risorgeva il Cristo, mentre le campane
esplodevano nel festoso suono del Gloria. Nei tempi passati, quando Grotteria
era capoluogo di una contea che arrivò ad estendere i suoi confini (XVI Secolo)
anche fino alle più lontane estremità dell’Aspromonte, il suono del Gloria della
chiesa Matrice veniva annunciato negli altri possedimenti con un colpo di
cannone sparato dal castello feudale e ripetuto con un’altra salva da S. Giorgio
Morgeto per raggiungere le comunità più remote, dando il segno che era concesso
dare inizio ai festeggiamenti della Santa Pasqua. La Domenica di Pasqua, al
termine della solenne celebrazione mattutina, si svolgeva, finalmente, la tanto
aspettata processione della “Cumpruntata”² (di probabili origini Spagnole), la
più attesa ed emotivamente sentita dalla nostra gente, che ancora oggi registra
una vasta partecipazione popolare e che viene riproposta, forse a reminiscenza
dell’antica appartenenza, anche in diversi altri paesi vicini. La particolare
processione celebra, secondo un ben preciso cerimoniale, l’incontro di Maria con
il figlio, nel giorno della sua resurrezione: la statua del Cristo Risorto esce
in processione dalla Matrice per percorrere il corso in direzione della chiesa
di S. Domenico, mentre la leggiadra effigie di S. Giovanni Evangelista, portata
di corsa a spalla dai ragazzi del paese e sempre inchinandosi al cospetto del
Redentore, fa la spola tra il festoso corteo e S. Domenico, presso cui
l’immagine della Madonna del Rosario, ancora ammantata da un velo nero, per tre
volte riceve, incredula, la novella riportata dal discepolo prediletto; dopo il
terzo incontro, il Cristo Risorto giunge dinanzi alla sua Santa Madre, dando
luogo al momento più toccante della teatrale rappresentazione (“u sbelu”³),
quando la Vergine perde il luttuoso velo e risplende in un vittorioso mantello
azzurro. Attualmente, la processione si svolge dopo la messa vespertina. Un
tempo, durante la processione, i bambini portavano tra le mani un tipico
biscotto (che assumeva varie e significative forme, affidate alla fantasia ed
alla perizia delle brave cuoche che lo creavano), con al centro un uovo sodo;
questo dolce, versione povera del commerciale e diffuso uovo di cioccolato,
simboleggia la resurrezione e la vita e prende il nome di “sguta”, secondo una
contrazione dialettale dell’espressione “ex voto”. Dopo lo svelo, il biscotto
era ormai consacrato a chiudere il pranzo della festa, al termine della
processione che riaccompagnava i Santi nella Matrice, al canto:
Oh
chi bellu jornu è chistu
Chi camina Gesù Cristu
Oh
ch’è bella sta jornata
Chi Maria fu cunsulata
Cunsulata a tutti l’uri
Risurgìu nostru Signuri.
¹
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²
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³
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