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Il
telaio era lo strumento più usato del tempo. Molte generazioni di donne
hanno trascorso intere giornate a tessere corredi matrimoniali e anche
tessuti per realizzare vestiti. A Grotteria, come nelle altre parti della
Calabria, il telaio mantenne una discreta diffusione fino agli anni ‘40.
Nelle "rughe", tra “gafi" e "vineji”, poche erano le famiglie che, nei "catoji",
non possedevano questo strumento. Attualmente, “u tilaru” è poco presente
nella nostra realtà; tuttavia, alcuni esemplari, ancora perfettamente
funzionanti, sono gelosamente custoditi. Il telaio aveva una struttura in
legno duro costruita a mano dai falegnami del tempo. Era composto da
parecchi pezzi, alcuni dei quali di forma cilindrica, altri da piccoli assi
incastrati tra loro. Le parti fondamentali erano costituite dal “sujju”, dai
“lizzi”, dal “pèttine” e dalla “pedalora”. Per realizzare un lavoro si
partiva da molto lontano. La prima fase era quella di dipanare le matasse di
cotone, "u stimoni", e raccoglierle nei “cannoli” (piccoli cilindri di
canna). I “cannoli” venivano infilati dentro il “fusu ferru” che, a sua
volta, con movimento rotatorio della mano, girava dentro il “potiri”,
avvolgendo il filato. Questa fase prendeva il nome di “'ncannolatura”. I
vari "cannoli" venivano fissati su delle aste di legno attaccate al muro. I
fili di cotone venivano riuniti con cura ed andavano a formare i “'jjòmmara”,
che venivano portati al telaio per avviare la delicata fase della “lurditura”.
Per una buona tessitura, occorrevano tre o quattro persone. I "jjòmmaai” si
appoggiavano a terra e, dopo aver preso il capo della "nìzzula", si
provvedeva ad avvolgerli “'o sujju” posteriore del telaio. Per eseguire tale
operazione, era necessario l'intervento di almeno quattro persone: una
avvolgeva la treccia dell’"orditu" attorno ai fianchi, un'altra dirigeva il
passaggio dell'ordito da sotto il “sujju” posteriore fino al “sujju”
anteriore, con uno strumento detto "rastreju"; le altre due avvolgevano l'"orditu"
anteriore, facendo girare contemporaneamente questo rullo. Durante
l'avvolgimento della "nìzzula" al “sujju” posteriore, la "majistra"
intercalava nello "stome" le "varate", per poter tenere ben steso il filato.
Subito dopo si procedeva a “linchiri i lizzi" e a "linchiri u pettinu”,
operazione molto difficile e delicata, in quanto occorreva saper predisporre
con precisione il numero dei fili dell'ordito nei "lizzi", seguendo il
disegno che avrebbe dovuto dare, poi, il motivo al tessuto finito. Altra
operazione preliminare alla tessitura consisteva nella preparazione dei fili
della trama, i quali, avvolti sulle "conneja", venivano disposti nella
"navetta" . Durante la tessitura, i "lizzi", collegati tramite funicelle
alla pedaliera, si alzavano e si abbassavano alternativamente, in base al
comando effettuato con il rapido e sapiente movimento dei piedi della
tessitrice sulla "pedalora". Tale operazione creava, tra i fili dell'ordito,
un varco attraverso il quale la tessitrice faceva passare velocemente “a
navetta”. Successivamente, il pettine, sormontato dalla "cascida", veniva
battuto con forza, per fare in modo che i fili della trama fossero il più
possibile avvicinati tra loro, formando il tessuto. Man mano che la
tessitura andava avanti, sulla tela incominciavano a prendere forma i
disegni già in precedenza predisposti. Per procedere nella tessitura,
bisognava svolgere “ u sujju” posteriore dell'ordito, che poi veniva
bloccato tramite la “massara". La misurazione del tessuto si otteneva
utilizzando la "mezzacanna", corrispondente a circa 1 m o la "canna intera"
che, ovviamente, era la misura doppia. Come si puo' facilmente intuire, la
lavorazione al telaio richiedeva tempo e perizia, fin dalle operazioni
preliminari, che tenevano occupata per ben due giorni la tessitrice esperta
di orditura. I vari organi del telaio, inoltre, venivano manovrati
dall'operatrice a mano e per mezzo di pedali indipendenti tra loro, azionati
a piedi nudi. Varie erano le combinazioni che si ricavavano dall’intreccio
dei filati ed ogni disegno aveva un proprio nome: “spina i pisci” (una sorta
di linea spezzata), “principessina” (che alternava una parte di tela a fondo
unito ad un’altra lavorata a scacchiera), “occhi d’ agrancu” (consistenti in
due rombi, uno interno all’altro e lavorati a rilievo), “scacchiera”
(destinato alle tovaglie da tavola), “quadruni” e “ stija” (entrambi molto
adatti per le coperte); infine, un intreccio che richiedeva grande abilità,
frutto di alta esperienza, era conosciuto con il nome di “undici lizzi”, che
si lavorava, appunto, con undici “lizzi” nei fili d’ordito e, di
conseguenza, con un egual numero di pedalini della “pedalora”. |
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