I Tessuti

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   Al pari della ceramica, l’arte della tessitura popolare è antichissima (ne esistono testimonianze fin dal periodo neolitico). Le tecniche produttive, quindi, fin dai primordi della civiltà, utilizzavano fibre di provenienza animale (seta, lana, ecc.) e vegetale (ginestra, lino, ecc.).
La lana, con ogni probabilità, fu il primo elemento ad essere tessuto. Risulta dalle testimonianze raccolte sul territorio grotterese che la pastorizia era una delle attività più frequenti. Molte famiglie, infatti, allevavano le pecore che, oltre a fornire il latte con cui si ottenevano anche preziosi derivati, fornivano la lana. Le vecchie abitazioni, costruite su due o tre piani, ospitavano gli animali nel piano inferiore. Il numero dei capi posseduti variava a seconda delle possibilità che ogni nucleo familiare poteva permettersi. A primavera, le pecore (almeno due) venivano tosate, la lana veniva bollita e, successivamente, cardata, lavata ed asciugata (a mano oppure con apposito pettine), filata col “fusu”, raccolta in grossi gomitoli, stipata (prima di essere colorata con colori di sicura origine vegetale) e, quindi, tessuta al “tilaru”. Ne derivavano due tipi: il primo molto grezzo ed ispido (lana "cerrusa"), l’altro molto morbido e caldo (lana gentile), con cui si fabbricavano calde coperte e soffici indumenti.
A primavera inoltrata, nelle abitazioni contadine, le donne e i bambini si occupavano della coltura del baco da seta (u semi, u cocciu), le cui uova venivano acquistate (minimo 250 g) in base alle possibilità economiche di ogni nucleo familiare. Le uova venivano riposte nelle paglie del letto per 15 giorni e tenute al caldo affinché i piccoli bachi non morissero prima dell'inizio del mese di maggio. Schiuse le uova, le larve venivano alimentate due volte al giorno, per otto giorni, con foglie di gelso bianco ("chiozzu") tagliate sottili. Dopo tale periodo, il bruco, con le foglioline, veniva trasferito in "ferrazzi" (ceste di vimini), su un "anditu” (una parete asciutta rialzata da terra). Dopo un giorno di sonno, i bruchi, usciti dalla prima spoglia, cominciavano a mangiare tre volte al giorno per altri otto giorni e, dopo un altro giorno di sonno, divenuti più grandi, venivano suddivisi in più ceste, al cui interno mangiavano ancora per altri otto giorni e dormivano per la terza volta. Finalmente, alloggiati in un maggior numero di ceste per altri 8 – 10 giorni, cominciavano a nutrirsi con foglie intere di gelso bianco. Cresciuti fino alla lunghezza di circa 8,5 mm, i bruchi cominciavano ad arrampicarsi su dei mazzetti di erica ('bbruvera) o di una particolare erba (“cunocchia”), iniziando a lavorare per rinchiudersi “'nto funniceju” (bozzolo). Dopo circa 10 giorni, separati i bachi dalla “cunocchia”, si eliminava il primo velo dai bozzoli, che rimanevano puliti. Per ricavare il filo di seta, si facevano bollire i bozzoli, si immergeva nell'acqua un fascio di erbe secche e si estraeva la seta, che rimaneva attaccata nel fascio. I fili venivano, infine, raccolti “'nto bìndulu” (bindolo o ercolaio) fino all’esaurimento ed i residui rimasti nella pentola venivano bolliti nuovamente per ricavarne seta grezza.
I semi di lino si acquistavano nei depositi agrari. La seminatura veniva eseguita alla pari con il grano e la pianta cresceva fino ad arrivare all’altezza di un metro, facendo sbocciare dei fiori azzurri. A giugno veniva mietuta ed immersa nei torrenti, in piccole pozze, per circa 10 – 15 giorni. Giunta a maturazione e tolta dall’acqua, si faceva asciugare al sole. Dopo questa operazione, il lino derivato veniva battuto con un “mànganu”, un attrezzo ricavato da un ceppo di legno affusolato ed incavato, alla cui base era posta una tavola che doveva entrare perfettamente in esso e che, alzandosi ed abbassandosi, macerava le fibre e le separava da eventuali impurità. Terminata la battitura, la fibra passava attraverso la cardatura e la filatura e, a volte, veniva colorata con pigmenti naturali. A questo punto, si passava alla tessitura. Il tessuto ricavato, molto pregiato, era usato per indumenti intimi e corredi.
 L’intenso color giallo delle ginestre ricopre per lungo tempo, tra la fine della primavera e l'inizio dell'estate, le pendici dei nostri colli, creando macchie dorate nelle boscaglie e nelle brughiere. E’ questa "l’odorata ginestra contenta dei deserti” cantata dal Leopardi. Questa pianta, che cresce spontanea, è conosciuta e lavorata fin dai tempi più remoti. Anche a Grotteria, come in altre zone della Calabria, la sua lavorazione rispecchia fedelmente le tradizioni e la vita che si conduceva nel nostro paese, aprendo uno spaccato sui costumi dei nostri antenati, che ci hanno tramandato le tecniche di lavorazione. La ginestra cresce tra i 600m ed i 1000 m di altezza, in terreni aridi, pendii e scarpate. La sua raccolta si effettuava dopo la caduta dei fiori, con la selezione delle vermene più lunghe e più grosse. I rami, così raccolti, erano messi a bollire per circa un'ora in grosse pentole ("caddare"), con l’aggiunta di cenere che ne ammorbidiva gli steli. Una volta effettuata la bollitura, gli steli, legati a fascio, venivano messi a mollo, per circa una settimana, nell’acqua corrente delle fiumare, costantemente presenti nella quotidianità della vita dei nostri antenati, per le molteplici funzioni che hanno sempre soddisfatto fin dall’antichità. Si arrivava, così, alla fase successiva della scorticatura, che consisteva nel cospargere gli steli con sabbia fine di fiumara e strofinarli energicamente, sia per tirar via la pellicola esterna, sia per separare le fibre dall’anima interna. Una volta scorticata, la ginestra, così lavorata, veniva sfibrata. Con questa operazione si provvedeva, serrando pochi steli tra le dita e strappandoli con decisione, a separare la fibra dal canapulo. Sulle rive delle nostre fiumare, ricche di vegetazione, si passava a raffinare la fibra, privandola delle parti inutili attraverso la battitura. La fibra di ginestra, sistemata a mucchietti su grossi massi, veniva battuta con robuste mazze di legno, intervallando alla battitura frequenti sciacqui e strizzature per sbiancare la fibra. La fibra ricavata, lavata ed asciugata, una volta mista a scorie legnose e cuticulari attraverso la fase della cardatura (eseguita con appositi pettini), veniva selezionata per la filatura, che trasformava la fibra in filato, così come accadeva per la lana e per le altre fibre di origine vegetale ed animale.